Siamo figli dell’era del controllo. Se leggiamo una notizia, sentiamo il dovere morale di verificarne la fonte. Se qualcuno scrive un commento assurdo, perdiamo dieci minuti a spulciare il suo profilo per capire se sia un troll, un bot o semplicemente qualcuno con troppo tempo libero.
Ma ecco una verità scomoda: non siamo i fact-checker del mondo. E non dobbiamo scusarci per questo.
Tutto nasce dal scoprire persone che utilizzano i social per disinformare. Da chi augura buon compleanno ogni giorno a persone con disabilità sostenendo che questi siano i loro figli (e nessuno si domanda:”Ma questi quanti figli hanno?” ), a chi cavalca le polemiche facendo finta di essere il protagonista di ogni caso di cronaca, a chi cerca di essere maitre a penser di qualsiasi argomento non conoscendo le basi.
Cosa succede se scrolli velocemente i social e non hai tempo (o voglia di verificare?). Oggi vige il dogma secondo cui “bisogna informarsi”. Giusto. Ma c’è una sottile differenza tra l’essere cittadini consapevoli e il diventare accumulatori seriali di dati irrilevanti. La vera domanda è: sei pagato per sapere tutto o conoscere tutto? No.
C’è questa strana idea che ogni provocazione meriti una risposta o, peggio, un’indagine forense. “Sarà un profilo fake? Avrà legami con quel partito?” La verità è che non importa. Se un contenuto è spazzatura, resta spazzatura indipendentemente da chi l’ha scritto. Decidere di non controllare l’identità di un provocatore non è pigrizia; è igiene mentale. È decidere che il nostro tempo vale più della curiosità pruriginosa di smascherare un anonimo.



