Negli ultimi giorni sta facendo discutere la denuncia di una ragazza che, entrata in un negozio con il semplice desiderio di fare acquisti, ne è uscita profondamente ferita. Il motivo? Una taglia 48 e il commento sprezzante di una commessa che l’ha fatta sentire “fuori posto”.
Non è la prima volta che sentiamo storie simili. Tuttavia, c’è un punto su cui dobbiamo fare chiarezza: il problema non è il corpo della cliente, né tantomeno la sua taglia. Il problema è la gestione della relazione.
1. L’empatia non è un optional
Vendere un capo d’abbigliamento non è solo uno scambio di merce contro denaro. È un atto che tocca l’identità delle persone. Entrare in un camerino significa mettersi a nudo, letteralmente e psicologicamente. Se chi dovrebbe assisterci risponde con un’alzata di sopracciglia o una frase umiliante, sta venendo meno al primo requisito del suo lavoro: l’umanità. Probabilmente è la commessa che non è nel posto giusto in quel commesso, non di certo chi ha voglia di investire il proprio denaro in un’azienda.
2. L’educazione come base del commercio
L’educazione non è “buonismo”, è la base del vivere civile e professionale. Commentare il corpo di un cliente — che sia per la taglia, l’altezza o qualsiasi altra caratteristica — è una violazione dello spazio personale. Un “non abbiamo la sua taglia” può essere detto in mille modi; sceglierne uno che umilia è una scelta deliberata di scortesia. Una persona che non ha empatia, educazione e non sa stare al mondo, è bene che cambi lavoro.
3. Il fallimento della formazione
Qui arriviamo al punto cruciale. Spesso diamo la colpa solo al singolo individuo, ma c’è un problema a monte: la formazione.
- Un addetto alle vendite formato sa che la customer experience è tutto.
- Un brand serio insegna ai propri dipendenti che ogni cliente è un ospite.
- La formazione deve includere la sensibilità verso l’inclusività.
Se una commessa si sente autorizzata a giudicare, significa che l’azienda non ha trasmesso il valore fondamentale del rispetto universale. Inoltre, l’azienda sta perdendo dei soldi. Ricordiamo che una cliente soddisfatta non solo torna, ma investe nel brand.
In conclusione
Una taglia 48 è una taglia comune oramai. Ma anche se fosse stata una 42 o una 60, il succo non cambierebbe: nessuno ha il diritto di usare la propria posizione lavorativa per sminuire un altro essere umano.
Speriamo che questo episodio non resti solo uno sfogo sui social, ma diventi uno spunto per i brand per investire seriamente in ciò che conta davvero: la gentilezza e la competenza del personale.



